Cara Lisa,

non so perché non mi vieni a trovare. Sono passati due mesi e quattordici giorni. Ora riesco a zoppicare per quasi settanta minuti consecutivi. La riabilitazione è stata lunga. Mi tenevo in piedi, digrignavo i denti, e tornavo giù nel letto. Il corridoio dell’ospedale era un percorso a ostacoli. È venuto a trovarmi mio fratello. Mi ha portato dei libri. Mi ha detto che per uno scrittore questa è un’occasione d’oro. Non credo dicesse seriamente. Pensi ancora ai tuoi ex alunni?, ha chiesto.

Poi cibo di vario genere, lattine di birra nascoste, fisioterapia e incubi.

Di notte, l’inferno. Guardare il soffitto un viaggio interminabile e perverso.

Stavo male sul serio. Dicono sia andata così: mi hanno trovato con la testa appoggiata al petto del padrone di casa, che era incappucciato e morto. La loro ricostruzione prevede svenimento, iniezione pesante di sedativo e probabilmente la moglie che mi spara a una gamba.

Ho sognato che stavamo in casa. Giravi per il salotto. Ti risiedevi. Poi ti alzavi. Andavi in bagno e ti lavavi con cura i denti. Ci passavi pure del filo interdentale. Ti lavavi il viso e tornavi in salotto. Guardavi l’orologio, ti servivi da bere in bicchierini di plastica con scritto su il mio nome. Li riempivi di ghiaccio, tanto ghiaccio, blocchi enormi, come degli iceberg. E affondavano tutti. Potevano essere grandi quanto volevano. Sparivano tutti lì dentro. Rimanevi incantata a guardare la Tv. Ti risiedevi a un capo del divano e appoggiavi i piedi sull’estremità opposta. Ogni bevuta un bicchiere diverso. Bevevi in fretta. Poi correvi alla finestra come se aspettassi qualcuno da tutta la notte. Ti stringevi i polsi, fuori non c’era nessuno. Ti preparavi da mangiare, apparecchiavi e sparecchiavi. In fretta. Firmavi qualche carta, non so cosa. Lavavi scodelle, le asciugavi e le rimettevi a posto.

Tra poco mi riprendo completamente. Pare che tornerò a camminare come un essere umano. Non la chiamo fortuna, sai che non credo a queste cose. Non so perché non mi vieni a trovare. Ho fatto amicizia, difficile per uno come me. Si chiama Gabriele. Come l’angelo. Questo poveraccio ha solo trentasei anni e morirà in meno di due mesi. Così gli hanno detto. Sai che non credo in queste cose. Se ne sta lì a fumare lungo le scale di servizio. Se ne sta lì a parlare di destino, di vite che cambiano, di paure che invece non cambiano mai. Io non ho paura, gli ho detto. Gabriele ha un’aria strana quando gli parlo, come se facesse fatica a darmi retta. Un poliziotto mi sta sempre addosso. Tiene la porta aperta giorno e notte, e il fatto che riesca a fumare di nascosto rientra in un patto che abbiamo stipulato quando ho ripreso ad alzarmi. Io correggo i compiti di sua figlia, lui mi lascia fumare cinque volte al giorno. La bambina è davvero intelligente. Ha scritto un tema sull’estinzione dei dinosauri, parecchio razionale sui motivi. Non capisco perché non mi vieni a trovare.

Quali sono i fatti? Cos’è accaduto? Ho frammenti di memoria trapiantati in testa. Dopo di loro, dopo qualche immagine, la mente non va avanti. I medici dicono che rientra tutto nella normalità, che presto ricorderò molto più di ora. Gabriele dice sempre che non importa quanto è successo. Sono qui per un motivo. Non lo prendo sul serio. È un caro ragazzo, un po’ logorroico, ma la butta sempre sul concetto di trauma che si fa esperienza e insegnamento. Sai che non credo molto a queste cose. Mi è dispiaciuto quando il poliziotto ha detto che il suo periodo di guardia sarebbe finito. Lui piantato sulla porta ogni giorno, e io a chiedere se arrivassi. Ti ho descritto. Avvertimi quando la vedi in fondo al corridoio, gli ho detto. Ma lui niente. Alcune volte pensavo lo facesse apposta, magari voleva farmi un dispetto, o una sorpresa, visto che stavamo cominciando a fare amicizia. Ma niente. Tu non venivi e lui non mi avvertiva. Poi se n’è andato. La mattina dopo c’era un cinquantenne nervoso e calvo a stare di guardia. Dovevo fumare per forza, lui sulle prime neanche mi ascoltava. Col passare dei giorni la noia lo ha alleggerito un po’. Ho dato la colpa di ogni emozione e pensiero alla mancanza di sigarette. Ne abbiamo parlato e alla fine l’ho convinto. Non vuole niente in cambio, solo che gli renda la vita facile.

Le comparsate di Gabriele si fanno sempre più rare e lui sempre più piccolo. I pochi capelli che ricordavo non ci sono più. Tutti andati. Parla più stancamente. I suoi discorsi si fanno tutti uguali. Quasi mi manca sentirlo parlare di evoluzione umana e sorte. La maggior parte delle volte rimaniamo in silenzio. Si scorda persino di salutarmi quando torna dentro.

Nessuno pulisce il mare di cicche sul mio scalino. Ogni tanto ritorno a guardare il materiale della bambina. Ci sono disegni, compiti per casa, brevi frasi personali e altri disegni. Uno mi ha colpito molto; lei e un amichetto in un prato, fiori colorati e verde confuso ai lati del foglio. Sullo sfondo, a pastello con tratto pesante, un cielo cinereo, come se dietro i bambini si mostrasse la tragedia, la fine del mondo per loro che non sanno niente. I due non se ne accorgono e rimangono lì a sorridere.

La scelta della ragazzina mi fa fumare più del dovuto.

Di notte mi angoscio, di notte l’inferno.

Fisioterapia, gamba su, gamba giù, piega lentamente, così va bene. Vedrai che guarirai. Parlami di te. Non voglio parlare. Da quando Gabriele non si presenta più, non voglio parlare.

Il poliziotto di guardia mi viene dietro mentre tento di camminare lungo il corridoio. Gli ho chiesto gentilmente di tenermi per un braccio in caso ne avessi bisogno. Ha sorriso e ha detto il suo nome. Poi mi ha offerto un caffè lungo alla macchinetta e si è messo parlare della famiglia. Alla prima infermiera utile ho domandato di un ragazzo poco più che trentenne, malato di cancro allo stomaco, gioviale e invasivo. Gabriele? Lo conoscevano tutti qui dentro. Mi dispiace, ha aggiunto.

Mi dimentico il suo nome. Dimentico per via degli incubi. Mi tengono la mente occupata anche durante il giorno. I medici vanno e vengono, la polizia fa domande, gamba giù, gamba su.

Dovrei fare questo e quello, scrivere e rimuginare con scopo. Dare senso a quel che è accaduto. Continuo a trovare difficile liberarmi dalla durezza del mio spirito. Mi chiedono ancora di te, ho finito le cose da dire.

Sono ormai capace di creare buio. Ho chiesto di te a mio fratello. Non sa dove sei finita. Forse ha da fare, mi ha detto. Osservo i medici con apprensione. C’è puzza di fine.

E ancora zoppicando per il corridoio, non faccio amicizia. L’ospedale è un archivio di malumori.

Il poliziotto è ben gentile e mi dice che quando c’è da aiutare, lui aiuta. Al contrario, se gli si rende la vita difficile, può diventare un mostro.

Non dormo e grido come se mi svegliassi di colpo. Ma non ho sognato. Agitato, sudatissimo, lo chiamo. Guardia!, urlo, Guardia! Lui entra rapido. Lo prendo da dietro, gli stringo la maglietta bagnata intorno al collo. Si piega sulle gambe. Nemmeno un sibilo. Lo minaccio. Poi lo lascio crollare sul pavimento. Tossisce con violenza, forse sputa sangue. La borsa l’ho già riempita. Esco in fretta dalla stanza e prendo le scale di servizio.

Non capisco perché non mi sei venuta a trovare.

 

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