Aprimmo le porte della stanza il due agosto duemilaquindici. Ne uscì diversi minuti dopo. Stando ai documenti, il soggetto entrò il trenta settembre duemilatredici. Il cambiamento, e di questo ce ne compiacemmo, fu evidente. In prima istanza apparve chiara la sparizione dell’involucro fisico. L’intero impianto scheletrico, la cute, gli organi interni. Come previsto, il soggetto se ne era sbarazzato durante la permanenza. La costituzione di una propria biologia digitale contribuì a far del soggetto un’entità sottile, dai confini quasi intangibili, seppur precisi  e lineari. La sua esistenza, ora, portava la forma di un quadrato imperfetto. La parte centrale dello stesso rappresentava il nucleo della sua nuova vita: un software cristallizzava, definiva e ripartiva programmi di calcolo, informazioni, applicazioni per le più varie attività.

Dal nucleo si dipanavano i più nevrotici movimenti di dati mai visti ad occhio nudo. Il quadrato assorbiva e mescolava, rigettava e cancellava. Era tutto così densamente frenetico e colorato che sulle prime ci spaventammo. Personalmente, quando mi resi conto della trasformazione, feci un passo indietro, come a difendermi o a prendere la giusta distanza per capire meglio. La sublimazione dell’uomo in griglia tecnologica poteva aprire, una volta per tutte, spazi infiniti di possibilità. Linee, pulsazioni sonore, punti grandi, punti piccoli e quasi invisibili, descrivevano la nuova volontà: digitalizzare l’esistenza, propria e altrui. Non era semplicemente un utente. Era una struttura respirante attraverso canali privi di sangue ed ossigeno, la rivoluzione fisica e sensoriale. Un uomo divenne immateriale.

Successivamente brindammo tra colleghi. Alla morte e alla vita. Chi poteva affermare, con estrema accuratezza, cos’era in quel momento l’una e cosa poteva dirsi l’altra? D’altronde eravamo solo all’inizio. Scesi le scale giù fino al parcheggio. Troppo su di giri per rimanere fermo in ascensore. Quando arrivai a casa non mangiai neanche. Accesi la tv, mi versai da bere. Pian piano il silenzio fece la sua parte e verso l’alba stavo ancora osservando la città sotto di me, grigia e insignificante.

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