Le voci corrono, i nomignoli si consolidano nel tempo. E così iniziarono a chiamarlo il Vedovo. Non che gli mancasse la compagna, sia chiaro. Stava insieme ad una maestra d’italiano e si occupava anche del figlio. Il fatto è che se ti vesti sempre di nero, se hai sempre il muso lungo, in più se a fatica nascondi una certa cupezza, non puoi aspettarti che la gente ti sorrida per strada. Ma non era neanche quell’atteggiamento, piuttosto evidente a dir la verità, a far di lui il Vedovo. Furono le donne che morivano, ecco tutto. Per anni si occupò di delitti passionali. Così vengono chiamati, anche se lui ha sempre dimostrato una certa reticenza nel definirli in quel modo. La passione non c’entra niente, diceva, qui c’è un pazzo che ha accoltellato la moglie e basta; qui c’è un sociopatico che ha infilato la ragazza in un fottuto tritacarne industriale, ecco qual è la verità. Comunque, dissidi etimologici a margine, se lui era presente da qualche parte della città stai certo che c’era una donna morta. E un qualche psicopatico da intervistare in esclusiva. Pianti improvvisi, crisi di panico dei familiari in diretta, interviste emozionalmente fuori luogo. Sì, diceva il Vedovo, mi farà tutto schifo, lo dico da giornalista. Come uomo non ne parliamo nemmeno.

Un giorno lo incontrai vicino Forlì. Erano le due di notte. Io ero partito per una conferenza e stavo tornando a piedi in hotel. Sapevo che era lì per parlare con me, me lo confessò subito, e anche per dimenticare un po’, aggiunse. Andammo nel parcheggio dell’hotel e rimanemmo nella mia macchina per il resto della notte. Davvero bella, disse più volte, quasi ci faccio un pensierino. Poi, spente formalità e ironie per la visita, raccontò la vicenda. Lavorando al giornale, e questo lo sapevo, si faceva la fame. Quindi il Vedovo ogni tanto vendeva i pezzi ad altre testate. Ora che ho visto la tua, disse, ho pure una macchina da comprare. Fatto sta che un pomeriggio chiama la redazione di un giornale locale, meno in vista del nostro ma con un discreto numero di lettori. Dice alla segreteria: ho due morti, figlio e moglie fedifraga, interessa? Successo ieri notte. Ditemelo subito, ché ho altri contatti. Sente il ragazzo bofonchiare qualcosa, poi una voce grossa, forse il direttore, che gli fa: ma chi, quello delle donne morte?

Qui il racconto s’interruppe e lui digrignò i denti. Poi disegnò con le dita qualcosa sul finestrino. Sembrava un assiolo. Capisci?, disse, io sono ‘quelle delle donne morte’. Io. L’uomo delle donne…

Avevo capito. Gli parlai del dovere. Degli obblighi che un uomo non può tradire. Hai un lavoro?, chiedevo con retorica, e allora fallo bene! Un cronista se ne frega della sensibilità. Insomma, la buttai sul motivazionale. Disprezzo la cronaca nera. Pura speculazione del lugubre umano. Morti come fogli di carta. Nutro più rispetto per chi si occupa del nuovo seno della conduttrice tutta sorrisi. Triste, ma è così. Il Vedovo, mezzo angosciato, mezzo addormentato, tirò fino all’alba. Non ebbi mai l’impressione che potesse piangere. Mi rallegrai della cosa e la mattina facemmo colazione. Quando andai in bagno, proprio mentre mi alzavo dal tavolo, mi disse che doveva andare. Ora, subito. Non staccò gli occhi dal parcheggio. Sembrava che qualcuno lo stesse aspettando.

Anni dopo, a giornale chiuso, facevo tutt’altro che il giornalista. Mi ero trasferito persino molto lontano dalla sede, diciamo dalla parte opposta della città. Quel martedì avevo un appuntamento con un cliente. Ero parecchio stressato, e non lo dico per giustificarmi. Dovevo incontrarlo in zona sud, nuovissima in città, appena costruita per immobiliaristi e famiglie spendaccione. Viali grandi, palazzi fin sulle nuvole. Ero in anticipo e presi a girare un po’ con l’auto. Posso dire, senza esagerare, che la puzza era impressionante. Il fumo si abbassò denso lungo la strada e quello che pochi minuti prima poteva sembrare un quartiere ricco, magari benestante, ora poteva considerarsi un luogo pronto all’inferno. E poi ecco l’ampio terrazzo bruciare e sputare nuvole nere. Scalai in terza e sporsi la testa fuori. Il Vedovo era in piedi, sul ciglio della strada. Indossava un impermeabile grigio, forse sporco per la fuliggine, e guardava in alto. Fissava le fiamme. Giuro che per un attimo tutto si fece scuro, irrimediabile. Mi venne in mente, giuro anche questo, la bestialità della natura umana, le anime incontrollabili, qualcosa che ha a che fare con un’eternità ridotta a violenza, un infinito gioco di specchi folli e miserabili. E mentre tagliavo a spicchi la mente presi in pieno la maestra. Me la trovai sul cofano. Bruciacchiata, viso teso a disperazione.

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