Si potrebbe cominciare dicendo che l’uomo non sapeva più badare a sé stesso per via della vescica. C’era un piccolo bagno lì dietro, vicino alle riviste da pesca. Basterebbe dire che ci passava la maggior parte del tempo. Occorre tuttavia ricordare nel dettaglio quella giornata. A detta del figlio era ora di passare all’abbigliamento. Ogni giorno un regalo, seguendo il tema del mese. Dopo trenta giorni dei migliori film di Hitchcock, qualche camicia – o un paio di calzini decenti – non gli avrebbero fatto male. Il giornalaio non riusciva a togliersi dalla testa l’idea che il figlio lo stesse preparando. A cosa? A una cerimonia? Non lo sapeva. Una sorpresa? Può darsi. Era davvero orgoglioso di lui.

Terzo giorno del mese, il più importante: indossò la camicia di seta bianca, calzava perfettamente sul busto ritirato, ed era un sollievo vedere coperte quelle costole. Riuscì a sentire anche l’odore del negozio dove il figlio l’aveva comprata.  In edicola il solito copione. Il Manifesto, chiese la lesbica – o almeno così sembrava. L’impiegato di banca finse di essere interessato a leggere qualcos’altro, poi prese Il Sole 24 Ore. E Topolino? Ah, ecco lo scrittore. Occhiali tondi e infantilismo mai risolto. Dopodiché fuggì in bagno.

Verso metà mattinata vennero i due ragazzi che lavoravano nella birreria di fronte. Ricordati papà, aveva detto il figlio, sii paziente con loro, ci stanno provando come tutti. Ripeti. Birreria artigianale, aveva risposto lui. Esatto papà, non gli far passare la voglia per favore. Il guaio è che se li era trovati di fronte proprio nel momento in cui era uscito dal bagno. Bel problema. Gorgheggiava lo sciacquone. Si fissarono un attimo. Ed è lì che il giornalaio, incastrato tra la malattia e l’attualità, in mezzo ai fatti che lui vendeva ma non viveva, incasellò il ricordo di lui alla prima di un film con il figlio. Erano eleganti entrambi, il giornalaio un po’di più perché sapeva che alle prime si va vestiti bene, in un nero splendido e lucido, per non parlare della cravatta e dell’eccellente piega dei pantaloni. Poi il figlio che lo portava sottobraccio fin dentro la sala, le sue mani sicure lungo le file dei posti, un figlio di cui andare davvero orgogliosi, e la prima mezz’ora la passò nel dubbio che non fosse così un bel film, ma mancava ancora molto e uno spettatore deve dare sempre fiducia al regista, anche se il fisico se ne frega dell’arte, il passar del tempo per lui è l’unica opera degna di attenzione, quindi all’improvviso si accorse dello stimolo, tra la gente, durante il film dell’anno – titolo esagerato quella mattina sul giornale –  e strinse i denti, a farsi del male, poiché tutto, dalla cravatta ai pantaloni – dalle pieghe eccellenti, ricordiamolo – passando per la camicia e arrivando persino alle mutande, tutto ecco, gli sembrava terribilmente soffocante, sul punto di esplodere per essere precisi, e si sentì sciatto, un corpo inutile che riempie spazio e nient’altro, respirando forte, nel panico, un sospiro dopo l’altro, una sequenza isterica di sbuffi incontrollati e pesanti, poi non ce la fece più e lasciò andare la vescica, svuotò il carico, un gesto di liberazione. E sì che voleva piangere, chiedere scusa a tutti, al pubblico e al regista, scusate, avrebbe detto, e loro, turandosi il naso: ma come, noi veniamo qui a goderci la cultura e c’è chi si piscia sotto? Oltraggioso, avrebbero pensato, disgustoso per la miseria! Al che il giornalaio sussurrò la cosa al figlio e lui sulle prime non seppe che fare, si guardò intorno, voleva un aiuto mentre qualcuno moriva sullo schermo, poi fece caso alla puzza, fatto che evidenziò con una smorfia. Il giornalaio, a quel punto, avrebbe imitato l’attore. Altra idea: scappare via come faceva ogni mattina? Si poteva fare? No, non riusciva a muoversi, neanche un singolo movimento. Aveva addosso una debolezza soprannaturale. Era stato colpito da una divinità, una punizione iraconda per essersi pisciato sotto. Poi il figlio lo prese di nuovo sottobraccio e lo trascinò via attento a non finire sopra qualcuno. Il soldato più giovane porta un veterano ferito al riparo. Una volta in bagno giurò a sé stesso che non avrebbe mai più messo piede in un cinema.

Tornando a noi. Uno di loro, quello loquace, si accarezzò la barba. L’altro, il timido, rimase sulla soglia dell’edicola. Può venire quando vuole, disse il barbuto dopo le presentazioni. Fa finta di non sentire la puzza, pensò il giornalaio. Ad esser puntigliosi, ecco cosa pensò esattamente: un serpente che si divora la coda, l’odore dell’ospedale, lui che pulisce il cesso. Il barbuto parlava da almeno un minuto e mezzo. Iniziò ad ascoltare. Per esempio, stava dicendo, del gulash di seitan con verdure, un piatto di lenticchie allo zenzero, o, che so, se le piace il cavolfiore lo potremmo fare besciamellato e accompagnare il tutto con dei bei tofumini al verde, come vuole lei insomma, alla fine ci troveremo bene e andremo d’accordo, concludeva. Birra artigianale, disse il giornalaio. Un tono enfatico, come se le due parole potessero aprire chissà quale scrigno. Abbassò gli occhi sulla pedana, ancora un serpente che si mangia da solo, e il ragazzo che dice che la birra è pura, cioè il mosto non è trattato con anidride solforosa, certo che no, perché l’attenzione alle materie prime si avverte al palato, si sente che manca il solito processo chimico e dannoso che condanna le birre normali ad un sicuro oblio. Poi il giornalaio posò lo sguardo sulle riviste di moda e per un attimo s’immaginò precipitare dentro il water. Li ringraziò. Disse che della buona verdura l’avrebbe mangiata volentieri. Disse che era una fortuna avere dei giovani intraprendenti che valorizzavano il quartiere.

Prima di andarsene il timido prese la parola. So che tutto è cambiato qui intorno, disse rivolto a lui. Vedrà, questa fase è passeggera. Non so in che modo, ma passerà. Tornerà ad essere un bel quartiere. Conosce il concetto dell’eterno ritorno?, disse. Il giornalaio fece quasi un sorriso. Sentiva di tirarlo fuori un sorriso. Era da tanto. Suo figlio apparve sulla soglia. Non aveva pacchi. Non aveva regali. Il cappello che stringeva tra le mani era sporco di terriccio, con una fascia di stoffa che gli strisciava intorno.

Disse: papà, ho i risultati degli esami.

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