Svegliati!, e mi scuote. Svegliati barbone! Apro gli occhi stordito. Ha sistemato una sedia a fianco del letto e ora è in piedi con le mani in tasca. Le sottili labbra si contraggono, socchiude gli occhi. Almeno prepara la colazione, sibilo. Sta zitto, fa lui. E poi aggiunge: pare che sono il nuovo presidente del mondo libero. Mi gratto la testa illuminata dalla Tv accesa. Un conduttore prezzolato lancia i servizi con mugugni e colpi di tosse. Donnie appare mentre stringe mani, fa larghi movimenti con le braccia e indica qualcuno o qualcosa in mezzo ad una folla acclamante. Fammi capire, gli dico, hai vinto la corsa alla presidenza. E lui, alzando mento e occhi al cielo: d’ora in poi, se voglio, potrò anche cacciarti da casa. Non ha nessun senso, io pago l’affitto. Lo ha deciso la working class, continua, e tu non ci puoi fare un cazzo di niente. I primi frammenti di lucidità corrono in aiuto: ma di quale working class stai parlando? Ma perché ‘sto concetto di classe operaia viene tirata fuori solo in tempi di tragedie e di sconfitte irreparabili? Quando ne parli normalmente durante una cena la gente sbuffa e ordina un Negroni per non starti a sentire. Mi metto a cercare i calzini in giro. Lui non mi segue più, è in un mondo tutto suo, ha già preso il volo sfondando il soffitto e viaggia ad una velocità non misurabile.

Trovo un solo calzino, mi accontento e gli metto una mano sulla spalla. Ascolta Donnie, tu sei dalla parte dei lavoratori quanto Putin è dalla parte della libertà di stampa. Nonostante una voglia tremenda di cappuccino decido di proseguire: il gioco è sempre lo stesso, una classe media bianca e reazionaria declassa e se la fa sotto, poi si definisce working class indipendentemente dal reddito; non vuole il salario minimo, niente sindacati. Solo reddito gonfiato per via della pelle, perché gli spetta. Donnie bofonchia, ma mi lascia parlare: è una comunità forgiata dall’appartenenza razziale, non dalla solidarietà tra lavoratori. Non è working class, è white class. Basta, mi dice lui scocciato. Senti Donnie, quella che tu definisci working class è solo per metà bianca. Non è stato un voto dell’operaio, o del lavoratore sottopagato, o almeno non è stato solo quello. Poi chiede: hai visto la foto del mio appartamento? Ti piace, non è così? E’ zeppa d’oro. Per l’amor del cielo Donnie! Possibile che non ti rendi conto che un uomo seduto su una sedia a dondolo in veranda – con doppietta sulle gambe – abbia votato, prima di tornare a controllare il pollaio sul retro, un miliardario proprietario di un grattacielo di cinquantotto piani nel centro di New York? Si stacca qualche pelo dalla parrucca. Non conosco questo tizio, dice chiudendo gli occhi e arricciando il naso. A capo chino, mi guardo le pantofole. Come fai a non sentire la lotta tra poveri?, gli chiedo. Devo avere il programma da qualche parte su Dropbox, risponde lui. E poi che vuoi?, io sono un populista. Ecco, e ne vado fiero. Faccio un lungo sospiro. Tu non sei un populista Donnie, più che altro perché il populismo organizza dall’alto la massa in cerca di un supposto avanzamento sociale. E quindi?, domanda, chi sarei io? Un personaggio fascista di un cartone animato, confesso, perché il fascismo organizza le classi per difendersi da quelle inferiori. Però non sei paragonabile a tipi come Mussolini. Quindi direi che sei più una caricatura di un caudillo specializzato in barzellette sporche.

Sento un brivido lungo la schiena, forse ho detto troppo. Ora cammina in tondo per la stanza. Ah ecco!, esclama all’improvviso. L’establishment, così si chiama. Ecco cosa spazzerò via: l’intero sistema, quelli di sopra. Lo prendo per le spalle. Seppur appena in piedi, mi sento già stanco. Questa ti farà male Donnie, annuncio. Tu sei la massima espressione di quello che dici di voler combattere. Sei il nemico del tuo riflesso. Credo abbia afferrato, d’altronde non è così difficile. E allora cos’è tutto questo casino sul sistema, sulle élite, di me che metto tutti a tacere e faccio scappare la gente del palazzo? La domanda mi fa girare la testa, ho le mani fredde, devo andare al bagno e non vedo l’ora di uscire da casa. Altro respiro, questa volta lo dilungo volontariamente come a voler chiudere la conversazione. Narrazione, concludo. E’ rappresentazione, propaganda pseudo- rivoluzionaria. Ora però finiamola qui. Dai, ti do uno strappo alla Casa Bianca, basta che usi tu il navigatore ché io ho il cellulare scarico.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...