La notte prima feci un sogno. C’era mio padre che parlava del mio libro ad una platea di persone, ricordo della lava strisciare verso terra, uomini come fantasmi, e nonostante sia mio figlio vi consiglio caldamente l’acquisto, diceva evitando di alzare lo sguardo, e il viso tremava, solo il viso lo giuro, attraversato com’era da crepe e linee disordinate, sembrava sul punto di crollare, di cadere giù in pezzi, e a discorso finito sparì dietro una tenda, lo raggiunsi e glielo volevo chiedere, perché va tutto in frantumi?, gli avrei chiesto, ma non uscì neanche una parola dalla mia bocca, come se qualcuno stesse seduto da secoli sopra il mio stomaco, una creatura titanica mi verrebbe da dire, e quindi non dissi niente, rimasi zitto, come da copione, poi alzò lo sguardo e mi domandò dell’acqua, l’hai vista?, è da qualche parte qui intorno, aggiunse, e mi fece vedere le mani in fiamme, dai polsi fino alla punta delle dita mio padre andava a fuoco, vedi, disse, questo è l’universo che finisce, alla fine tutte le cose propendono verso l’alto, e allora io mi misi a correre per cercare l’acqua, eccomi lì a gettare via cianfrusaglie, a buttar giù scaffali, pur sapendo che mio padre se n’era già andato, e chissà quali macerie aveva portato con sé e quali no, quali pezzi avrei calpestato tornando da dove ero venuto, e poi mi accorsi che tutti gli oggetti già toccati esplodevano di colore, libri, fogli, pacchetti di sigarette, ciò che a malapena sfioravo raggiunse l’essenziale, la sua primordiale sfumatura, la prima vita creatrice di tutte le altre, ed ero io, non lui, a purificare quel che accarezzavo, come se d’improvviso fossi stato investito di una missione precisa, recuperare il cuore delle cose, salvarne l’alba, e niente era bruciato, il fuoco aveva solo illuminato, l’unica forza che rischiara la forma pur essendone priva, la sola divina tensione che rende visibile i nostri contorni senza averne alcuno, la fine dell’universo diceva lui, l’inizio di ogni cosa, penso io.

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